la nota

Era solo un fa di pianoforte, vedi.
Una piccola, insignificante nota musicale.
Ero sdraiato sul letto a immaginare universi in un soffitto bianco, nella camera illuminata dalla luce di luglio, e la vidi fluttuare pigramente sotto al lampadario, dentro una bolla di sapone. Chissà come vi era finita dentro, pensai.
Si muoveva in cerchi lenti e infiniti, un po’ come quelle mosche che riflettono sul senso della vita in certi pomeriggi estivi. Interruppe le mie elucubrazioni danzando lieve, con garbo, con leggerezza.
E realizzai che quella nota, dopotutto, non era così dissimile da noi, noi con le nostre esistenze effimere, noi fondamentalmente inutili quando siamo da soli, ma che quando ci uniamo agli altri possiamo essere sinfonie di amore o di disperazione, concerti di sogno e di guerra, sonate di prosa e di poesia.
La bolla, spinta da un alito di vento, si diresse lenta, lentissima, verso di me. Allungai l’indice e la feci esplodere.
La nota, ora libera, volò veloce fuori dalla finestra.

In quell’istante ebbi la risposta che cercavo. Fu un’epifania.
Era quello, il pezzo che mi mancava. L’ultima nota del mio spartito.
Mi resi conto che in quell’istante avevo tracciato una strada, avevo reso definitiva una scelta di vita di un certo tipo. E che il mondo intero, tutti i santi giorni, avrebbe continuato a fare di tutto per portarmi fuori strada, per farmi sbagliare, per trascinarmi nella sua cacofonia.
Qualcuno, da lontano, iniziò a suonare Chopin.

 

la musica non muore

Faceva freddo quella notte, nella vecchia fabbrica abbandonata. Eravamo una cinquantina e ci eravamo seduti un po’ dove capitava, chi su una cassa, chi per terra, chi sopra una vecchia scrivania scassata. L’unica luce che illuminava lo stanzone era quella della luna piena, che entrava dalle finestre parzialmente infrante.
Avevamo portato tutti qualcosa… qualcosa che avrebbe potuto portarci all’arresto, come del resto la nostra stessa presenza lì.
Eravamo criminali, tutti, indistintamente.
Dovevamo riunirci al buio, nell’illegalità, in posti desolati al di fuori dei centri abitati, organizzando i nostri incontri nel dark web. Facevamo la guardia a turno, avevamo i nostri segnali convenuti che cambiavano ogni volta.
Riconobbi il volto di Andrea (ovviamente non era il suo vero nome), illuminato per un istante dalla fiammella di un accendino. Mi avvicinai.
“Ciao, Luca”, mi disse. “Rieccoci qui”.
“Ciao, Andrea. Come vanno gli affari?”
“Non male. Guarda cosa ti ho portato.”
Tirò fuori qualcosa dalla tasca del pesante cappotto. Era un oggetto quadrato, leggero, di una decina di centimetri per lato.
Lo presi in mano e mi spostai, cercando di distinguerlo un po’ meglio nella fioca luce.
Spalancai la mascella per lo stupore.
“Dio santo… ma dove caspita l’hai trovato? Erano anni che lo cercavo!”
“Te lo faccio a duecento euro”, disse Andrea. “Oppure possiamo fare uno scambio: fammi vedere cos’hai”.
Tirai fuori dalla tasca un foglietto e glielo diedi, assieme all’oggetto.
“Guardala con calma”, gli dissi, poi mi allontanai, mentre illuminava con lo smartphone la mia lista.
La gente, intanto, si era tutta spostata verso la metà opposta dello stanzone.
Mi avvicinai anch’io… e la vidi.

Dio, quant’era bella, fu il mio primo pensiero, anche nella luce fioca. La guardavo mentre stringeva mani, mentre salutava gente, mentre sorrideva a tutti.
Era lì per noi, anche se rischiava, rischiava grosso. Era lì per farci sognare, per trasportarci altrove, per farci dimenticare di noi stessi.
Era lì per rassicurarci che, in fondo in fondo, anche se ci avevano tolto qualcosa di così importante, in qualche modo avremmo potuto sopravvivere ugualmente.
Era lì per dirci che, se l’avessimo desiderato davvero, se l’avessimo voluto fino in fondo, avremmo potuto essere ancora liberi.
“E’ la mia vita”, mi aveva detto una volta, al nostro primo incontro dopo l’approvazione delle Leggi Regolatorie. “E proseguirò fino alla morte, quant’è vero Dio. Sono nata per la mia musica, sono nata per voi. E se mi arrestassero continuerò a cantare dovunque, anche in tribunale, anche in carcere, finché avrò fiato. E’ una promessa.”
Riuscii ad avvicinarmi di più.
“Che bello rivederti”, le dissi. “Grazie per essere tornata. Scusaci per la location, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto…”
Sorrise.
“Grazie a te, e a tutti voi. Ogni volta che vengo ad uno di questi… incontri, mi sembra di rinascere.”
Ci fu qualche secondo di silenzio.
Era lì, davanti a me e anche per me, per noi e per la sua passione. Era lì per la musica vera, proprio quella che una decina d’anni prima avevano deciso di mettere fuorilegge, quella che non riuscivano a controllare, che rischiava di riaccendere lo spirito critico della gente, di intaccare le vendite delle megacorporazioni, di far capire alla gente che esiste qualcosa di infinitamente più bello e più sincero della spazzatura promossa quotidianamente dalle radio.
C’era qualcosa quasi di eroico, in tutto questo, di coraggioso.. e di straordinariamente commovente.
Sentii un groppo salirmi in gola, e trattenni le lacrime a fatica.
“Laura”, le dissi.
“Dimmi…”
“Posso abbracciarti?”

Avevamo improvvisato un palchetto scalcagnato, mettendo assieme alcune assi e una serie di bancali. Al centro avevamo messo una vecchissima tastiera Casio, appoggiata su un tavolo d’acciaio. Il tutto era illuminato da candele e lumini sparsi qua e là.
Ascoltavamo tutti Laura in religioso silenzio, completamente rapiti. Il microfono funzionava a fatica, il suono della Casio era quello che era e l’acustica degli altoparlanti che avevamo rimediato era pessima, ma nulla di tutto questo era importante.
L’importante era che anche quella notte eravamo lì, le nostre anime unite in una sola, ad ascoltare quella splendida voce che ci traghettava in un posto migliore.
L’importante era che anche quella notte, nonostante tutto, Laura aveva trovato la forza e il coraggio di ripetere il suo miracolo.
Mentre Laura beveva un bicchier d’acqua ed introduceva la canzone successiva pensai per un istante a mia moglie, che non sapeva niente di tutto questo, allo stramaledetto cd di quel rapper (col bollino AG, “approvato dal governo”) che voleva mettere sempre nel lettore quando eravamo in macchina, alla mia collezione di cd non approvati che avevo nascosto in un doppiofondo in cantina.
Pensai a quella meravigliosa copia di Okumuki, il primo cd di Laura, che mi aveva mostrato Andrea poco prima. Chissà se avrebbe trovato nella mia lista qualcosa di interessante con cui scambiarlo.
Pensai naturalmente alla polizia, che avrebbe potuto arrivare da un momento all’altro, e sperai che nessuno di noi avesse fatto il doppio gioco. Ricordai quel giorno terribile, poco dopo l’entrata in vigore delle Leggi Regolatorie, in cui mi entrarono in casa sei agenti armati, per sequestrare il mio computer e la mia intera collezione musicale e procedere alla distruzione di cd, vinili e file degli artisti a loro sgraditi.
Mentre pensavo a tutto questo, Laura riattaccò con “Irraggiungibile”.
Sentii sciogliersi qualcosa dentro di me ed iniziai a piangere, a piangere a dirotto.
Nel riflesso delle candele, vidi una lacrima anche sul suo viso. La voce le si era leggermente incrinata, ma continuò a cantare finché il suono delle sirene non squarciò l’ambiente.
Mi piazzai davanti a lei, cercando assurdamente di proteggerla mentre ogni metro quadro del locale si stava riempiendo di agenti, ma mi beccai una manganellata e mi trascinarono via assieme agli altri.

Scrivo queste memorie nella cella 317, che condivido con Alfredo, un altro dei partecipanti di quella serata.
Abbiamo ancora sei mesi da scontare. Siamo sottoposti ad una terapia rieducativa, legati ad una sedia, con in cuffia due ore e mezza al giorno di canzoni approvate dal governo.
Ma passiamo la maggior parte del tempo a cercare di annullare tutto questo, a cantarci canzoni vere, quelle che fanno parte della nostra vita. Abbiamo corrotto una guardia, per non farci bloccare. Le nostre voci sono stonate, le nostre parole sono imperfette e ogni tanto sostituiamo qualche pezzo di testo con “na na nah”, ma l’importante è non dimenticare, l’importante è continuare a sognare e a credere che qualcosa di meglio sia davvero possibile, nonostante tutto.
Una volta stavamo cantando Imagine e ho sentito la guardia che si è unita a noi, a voce bassa. Mi sono venute le lacrime agli occhi.
Non ho saputo più nulla di Laura, ma so che manterrà la promessa.
Qualche volta, nei sogni, la sento ancora cantare.

mamma

-1-

Mamma Rosa arrivò alle nove di mattina, accompagnata da due giovani volontari in tuta arancione. La fecero sedere sul divano in salotto, mentre Antonio e Lucia la osservavano con sguardo pietrificato.
“Non si sono ancora abituati”, pensò uno dei volontari. “Probabilmente per loro è la prima volta.”
Fu la piccola Giulia a rompere il silenzio, uno scricchiolino biondo di cinque anni. Trotterellò verso la donna e la abbracciò goffamente, gridando “Nonna!” con tutta la gioia del mondo.
Rosa sorrise e ricambiò l’abbraccio, con tutta la delicatezza che le ossa e i novantatré anni le permettevano.
Lucia aveva iniziato a piangere sommessamente. Si tolse gli occhiali per asciugarli con un fazzoletto, girandosi verso la parete del salotto per non farsi notare dalla figlia.
“Ciao, mamma”, disse Antonio, con una voce che gli sembrò provenire da molto lontano.
Rosa si girò verso di lui, sorridendogli, gli occhi azzurri velati dalla cataratta.
“Vieni qui, tesoro”. Aprì le braccia.
Uno dei volontari si schiarì la voce. “Scusate se vi interrompiamo, signori. Ci vediamo stasera, o provvedete voi?”
“Provvediamo noi”, disse Lucia, tra i singhiozzi.

-2-

Aveva fantasticato a lungo su quel momento.
Ma c’era troppo, troppo da dire. Non sarebbero bastati mesi, figuriamoci ventiquattr’ore.
Tutti gli abbracci e i baci che non le aveva dato. Tutte le volte che si era allontanato da lei, ritenendo i piccoli acciacchi e le esigenze di lei quasi un peso (“Dio perdonami”, pensò), un ostacolo ai suoi progetti, alla sua carriera.
Tutte le volte che lui le telefonava quasi per dovere, senza provare alcuna emozione nel sentirla.
Tutte le volte che lei gli telefonava, e lui la lasciava parlare e parlare, per lo più ignorando quello che lei diceva.
E poi ci fu quella volta, la più terribile.
Quella in cui lui non le aveva risposto, ufficialmente occupato in un’importantissima riunione presso la sede di Londra, ma in realtà mentre ammanettava ad un letto quella giapponese con le tette rifatte.
Avevano ricoverato sua madre il giorno stesso, scoprendo le metastasi.

-3-

La conversazione, durante il pranzo, fu tranquilla: il ghiaccio era ormai rotto. Antonio le raccontò dei progressi in ambito lavorativo, della promozione che sperava di ottenere, del suo amore per Lucia che cresceva ogni giorno di più. La piccola Giulia non smetteva un attimo di parlare: le raccontò dell’asilo, di quel bambino che le piaceva tanto, le fece vedere il suo orsacchiotto preferito.
La più silenziosa era Lucia. Era sempre stata affezionata alla suocera, ma questo prima di quel giorno. Il giorno del Cambiamento, l’avevano chiamato, dopo del quale nulla fu più come prima.
Era andata persino da uno psicologo, all’insaputa di Antonio, per prepararsi… ed ora le sembrava tutto quasi ordinario, quasi normale, una tranquilla domenica in famiglia.
Il problema era quel “quasi”, pensò, mentre Rosa annuiva, sorrideva e annuiva, lo sguardo perso nel vuoto.

-4-

Ora erano soli, Antonio e Rosa, seduti sul divano.
“Mamma, io…”
“Sssshh. Vieni qui”.
Lo abbracciò teneramente, accarezzandogli i capelli, mentre Antonio cercava, senza riuscirci di trattenere le lacrime.
Si staccò con delicatezza dall’abbraccio, cercando di ricomporsi.
“Mamma…”
“Vuoi sempre parlare tu, vero? Continui a non voler mai ascoltare gli altri?”
Antonio tacque.
“Ho pensato molto, in tutto questo tempo. Non abbiamo molto da fare, là, dopotutto.”
“…e?”
“Ho pensato a tutto l’amore che io e papà ti abbiamo dato. Ai sacrifici che abbiamo fatto, per comprarti la bicicletta, per mandarti prima a scuola e poi all’università.
E ho pensato anche a tutte le volte che non mi hai risposto al telefono, o mi hai risposto seccato, mentre io ero sola nel mio monolocale, cercando soltanto qualcuno con cui parlare.
E a quella volta in cui sono dovuta andare in ospedale da sola”.
“…”
“E sai una cosa?
Ho pensato a tutte queste cose, e anche ad un’altra.
Ho pensato che non ho mai smesso di amarti, nonostante tutto.
Ho pensato che rimani sempre mio figlio, quello che si sbucciava sempre le ginocchia cadendo dalla bici, quello che prendeva sempre quattro in matematica.
Ho pensato per tutto questo tempo, aspettando questa giornata che sembrava non arrivare mai, che l’ultimo regalo che potevo farti, il mio dovere, il senso della mia vita era questo: fartelo sapere. Continuare a farti sentire il mio abbraccio, ora e sempre”.

-4-

Mancavano venti minuti alla mezzanotte. Antonio, Lucia e Rosa scesero dall’auto.
Il Giorno dei Morti era giunto quasi al termine.
Altri due volontari li attendevano, davanti al cimitero: Rosa si avvicinò a loro a piccoli passi.
Lucia sussurrò al marito “E’ meglio se vi lascio da soli”, quindi accese una sigaretta e si allontanò.
“Non smetterò mai di amarti, mamma. Ora e sempre”, disse Giulio.
Rosa sorrise.
“Lo so, tesoro. Mi mancherai.”
“Anche tu”.
“…”
Si scambiarono un ultimo abbraccio.
“Beh, all’anno prossimo allora.”
“All’anno prossimo.”
I due volontari la accompagnarono nel cimitero, tenendola per le braccia.
“Mamma!”, gridò Antonio nella notte. Rosa si girò di scatto.
“Portami con te!”
Il volto le si rabbuiò. Scosse la testa.
“Mamma!!!”, gridò Antonio, ancora ed ancora, mentre due guardiani si avvicinavano.

il libero arbitrio

Soli, da qualche parte nell’universo, padre e figlio osservavano il Creato dalla terrazza che sovrasta ogni cosa, nella parte più alta del Regno dei Cieli.
Miliardi di stelle, di pianeti, di soli e lune, che fluttuavano nel vuoto e nel gelo da milioni e milioni di anni.
Ogni volta che saliva lì sopra, al Figlio di Dio venivano gli occhi lucidi. Era ancora capace di meravigliarsi, nonostante più di duemila anni fossero passati da… da quel momento.
Per suo padre, invece, la cosa era diversa: la meraviglia aveva da tempo immemore lasciato il posto alla disperazione più terribile, più dilaniante, per gli esseri umani, per le sue creature. Pensava continuamente a ognuna delle singole azioni che avevano compiuto, che compivano quotidianamente. Non riusciva a smettere di pensare al loro folle impeto di autodistruzione, alla loro continua corsa verso la perdita di quello che li rendeva davvero umani. Sembrava quasi che ad un certo punto della loro storia avessero deciso che no, non ne valeva più la pena, che era meglio dimenticare gli insegnamenti del libro che aveva presuntuosamente scritto e sopravvivere alla giornata.
Come sempre lo sguardo dei due, nel modo in cui solo il loro sguardo poteva fare, si focalizzò sul nostro mondo e poi si spostò su quella strana sporgenza a forma di stivale, nel mare che gli umani avevano chiamato Mediterraneo.
Videro una nave, poi un’altra e un’altra ancora, piena di poveracci, di disgraziati, di gente che fuggiva da guerre, da atrocità, dalla miseria o dalla tirannia.
Videro un uomo grasso, una persona che era stata scelta per rappresentare il paese, che parlava di chiusure, di respingimenti, che diceva chiaramente che quei poveri uomini, lì, non avrebbero trovato asilo.
“Padre”, disse il Figlio di Dio, “è da tanto tempo che vorrei chiederti una cosa, ma non vorrei certo recarti offesa.”
“Parla, figlio mio.”
“Perché… perché hai dato loro il libero arbitrio?”
Il Creatore fece una pausa.
“Sai come direbbero loro, figlio mio?
Che ho fatto una cazzata.”

il dubbio

All’improvviso una serie di visioni si manifestarono davanti ai suoi occhi.
Vide l’interno di una strana gabbia semovente di metallo, con alcuni rettangoli trasparenti ai lati. C’era dentro qualcuno che puntava un piccolo oggetto metallico verso alcune persone dalla pelle scura, premeva un pulsante e quelle urlavano di dolore, cadevano, si contorcevano.
Vide qualcuno vestito di verde che incitava all’odio un sacco di persone, che applaudivano ed esultavano come invasate.
Vide un luogo affollato, pieno di gente che ballava, poi sentì una raffica di rumori e ci furono strilli, dolore, fughe, terrore.

“Cosa risorgo a fare?”, si chiese.

Sentì una voce nella sua testa.

“Sia fatta la tua volontà, Padre”, sussurrò.
Si asciugò una lacrima, poi aprì il sepolcro.

dreams

Nel sogno camminavo su una spiaggia, al tramonto.
Una stupenda ragazza stava venendo verso di me, vestita soltanto di un prendisole bianco. Lunghi capelli castani, occhi azzurri, un corpo perfetto.
La ragazza mi guardò negli occhi. Senza dire nulla, mi prese per le spalle ed avvicinò le sue labbra alle mie.
Poi l’immagine del sogno cambiò all’improvviso. Sempre, sempre sul più bello. Maledizione.
Ora un tizio vestito da chef stava decantando le virtù di un coltello.

Mi svegliai, tolsi il casco ed accesi il portatile.
Andai sul sito di Amazon, nella sezione “Amazon Dreams”. “GUADAGNA COI TUOI SOGNI!”, era lo slogan riportato a caratteri cubitali in cima alla pagina.
Impiegai un quarto d’ora a cercare il link per disdire l’iscrizione, poi lo trovai e lo cliccai.
Comparve una finestrella sullo schermo: “Attenzione: il vostro credito attuale è di € 10.50. Cancellando il vostro abbonamento, questo verrà perduto. Continuare?”.
Cliccai su “Conferma”.
Il coltello del sogno continuò a comparirmi in homepage per il mese successivo, poi finalmente Amazon dedusse che non mi interessava.

dolores

Era sempre così, lì nel gelo e nella solitudine del Regno dei Cieli, da qualche parte ai confini del cosmo.
Moriva qualcuno sulla Terra, qualcuno di famoso, di particolarmente importante, e gli arrivavano queste ondate di disperazione, di impotenza, ma soprattutto di rabbia, tanta rabbia.
Gli facevano male.
Ne sentiva la consistenza, lo colpivano quasi fossero solide, mentre osservava il Creato dalla terrazza che sovrastava ogni cosa.

Davano la colpa a lui, sempre a lui.
Dicevano che si prendeva sempre quelli migliori, in maniera del tutto arbitraria, prima loro e poi gli altri, come se fosse una specie di folle tiranno privo di emozioni che si accanisce contro le sue stesse creature.
Quanto gli facevano male.
Quante cose che ancora non sapevano.
E quanto li amava ancora, nonostante tutta quell’ignoranza, quell’odio, quell’indole distruttrice.
Ricominciò a piangere.
Fatemi morire, pensò. Non sono più in grado di sopportare tutto questo.

Stava arrivando una giovane donna dal nome spagnolo, dalla voce d’angelo e con l’Irlanda negli occhi.
Non poteva abolire la morte, non era certo “onnipotente” come lo definivano, e il pianeta sarebbe andato al collasso in breve tempo. Ma forse avrebbe potuto e dovuto fare qualcosa, qualunque cosa, per renderla più sopportabile.
Pensò di farle un regalo.
Scese giù nei Giardini, camminò per un po’ e si fermò davanti ad un cedro. Mise le mani attorno al tronco e lo abbracciò.
L’albero scomparve, per tramutarsi in qualcos’altro.

Entrò nella sala ricevimento, buia, costellata di colonne e di candele. La donna era già lì, si stava guardando attorno, spaesata come milioni e milioni di altre persone prima di lei.
C’era nel suo fisico minuto tanta fragilità, ma quegli occhi erano ancora pieni di vita, di forza, di voglia di vivere.
E’ successo un’altra volta troppo presto, pensò Dio. Maledizione.
Per un fuggevole momento pensò che si sarebbe potuto persino innamorare di lei.
Scosse la testa e fece uscire quel pensiero. Non poteva, non poteva permetterselo.

La donna ora lo stava fissando.
Dio la abbracciò.
L’intera stanza si riempì di luce bianca. La donna si sentì libera, leggera, in perfetta comunione mentale con ogni più piccola particella dell’universo.
Una lacrima le cadde sulla spalla.

Si sciolsero dall’abbraccio.
“Ho una cosa per te”, disse Dio.
Andò in uno stanzino sul retro, per tornare con il suo regalo.
Il volto della donna si illuminò di un sorriso meraviglioso, mentre lei prendeva tra le mani la sua nuova chitarra.

rewind

E’ da stanotte che questa scena mi gira per la testa. Chissà se diventerà mai un racconto vero e proprio, uno dei tanti che nessuno mai leggerà, o se andrà a finire anche questa nel cimitero dei miei deliri.


Notte.
L’uomo si sveglia, si alza, va in bagno. La sveglia sul comodino, con i suoi caratteri azzurri un po’ troppo luminosi, segna 04:31.
Rientra nella stanza alle 04:34, torna a coricarsi, chiude gli occhi. Tenta di riaddormentarsi.
Passano ventuno minuti.
L’uomo non riesce a riprendere sonno. Riapre gli occhi, poi li richiude. La sveglia segna le 04:55.

La cosa accade qualche minuto dopo, alle 04:58.

Gli occhi chiusi dell’uomo si riempiono all’improvviso di una luce bianca, fortissima, simile al flash di mille macchine fotografiche. Una scossa di terremoto scuote la stanza, o forse è solo il rombo fortissimo di un jet passato a mezzo metro di distanza. Il tutto dura meno di un secondo.
L’uomo scatta a sedere, con il cuore che batte all’impazzata.
“Cristo santo”, esclama. Inizia a sudare. Rimane seduto, immobile, terrorizzato, con la coperta stretta tra le braccia. Non succede nient’altro.
L’uomo tende le orecchie, ma attorno a lui ora è tornato il buio della notte e c’è solo silenzio. Inizia a tranquillizzarsi.
“Forse era solo un dannatissimo sogno”, pensa, mentre respira profondamente, cercando di calmarsi.
La sveglia ora segna le 04:56.
L’uomo torna a sdraiarsi e chiude gli occhi.

Ma niente, il sonno non vuole tornare, specialmente dopo quello che è successo, o che ha sognato, o che crede di aver sognato.
L’uomo punta lo sguardo istintivamente sulla sveglia, che ora segna le 04:46.
“Oh, cazzo”, pensa in un momento di lucidità, per poi scivolare nuovamente nella placida regione tra sonno e veglia.

Riapre gli occhi, all’improvviso, con la sveglia che segna le 04:33. Ora è completamente sveglio.
Ha sentito un rumore sospetto.
C’è qualcuno in bagno… nel *suo* bagno.
Fa la pipì rumorosamente, poi si lava le mani.
L’uomo a letto è terrorizzato, ancora più di prima. Trema letteralmente di paura, ripensando a tutte le storie di cronaca nera lette ultimamente.
Ora l’uomo che era in bagno ha aperto la porta. Si sta incamminando verso la camera… trascinandosi su due ciabatte, a quanto sembra dal rumore. L’uomo a letto è pazzo di paura.
La porta della camera si apre.
I due uomini si guardano in faccia a vicenda e cacciano all’unisono un urlo disumano, lo stesso urlo, con lo stesso timbro di voce.

il treno

E quanto sarebbe bello, pensavo, se questo treno di pendolari, ogni mattina, mi portasse non nel paesello in cui lavoro, ma in una città diversa, a sorpresa.
Parigi, Londra, Tokyo, perché i treni dei sogni se ne fregano del mare e delle distanze.

super mario

Discettavo di filosofia con Super Mario, sotto un cielo troppo azzurro, all’ombra di un platano di pixel.
“Mario”, gli chiesi, “ma tu cosa fai quando il Nintendo è spento?”
Mi guardò con quel suo sorrisetto fisso stampato sulle labbra.
“Sogno”, rispose, “sogno proprio come fai tu. Sogno di smettere di recitare una parte, di finirla di salvare principesse e colpire mattoni con la testa. Sogno di essere finalmente me stesso.”
Nonostante l’espressione del volto non fosse cambiata, una piccola lacrima gli spuntava dagli occhietti vispi.
Non avevamo null’altro da dirci. Mi alzai in piedi.
“Sogno di salvare anche quelli come te”, aggiunse. “Quelli troppo soli, che si rifugiano nei mondi come il mio quando il loro mondo fa troppo male.”
Mi chinai verso di lui e lo strinsi in un abbraccio fortissimo.
“Mamma mia”, esclamò.
Poi mi allontanai.
Mi diressi verso il mattone sospeso in aria più vicino e tentai di colpirlo con un salto, ma non ci riuscii.