Dal ventesimo piano del palazzo di vetroacciaio, la ragazza osserva la città notturna lavata da cascate di pioggia.
E’ seduta a terra, a fianco della vetrata. Scalza, indossa soltanto una leggera veste bianca. Ha un caschetto nero che ricorda un po’ quello di Valentina, ed una sigaretta accesa tra le lunghe dita.
Potrebbe stare lì seduta per giorni e giorni.
Adora la notte, e adora la pioggia. La aiuta a pensare.
Pensa.
Pensa.
Pensa che
che dopotutto forse non ho fatto una stronzata. O forse sì, chissà. Cioè, andiamo con calma. Ho scelto DAVVERO di stare in quell’azienda e di non dimettermi? Oh, ma CERTO che l’hai fatto! Bravo cretino! O forse no (fermate il mondo fatemi scendereeeeeee!!!).
gnam gnam gnam mi mangio il cervello
Mi isolo dal mondo per riflettere sulla mia decisione, o forse per non decidere o per non pensare ai possibili esiti catastrofici della mia decisione. Cioè, starò ancora per un po’ in quella ditta, e vedrò come va. Niente di male, no? Mi prenderò il mio bell’aumento, avrò l’orario finalmente elastico, e poco importa che sarò l’unico informatico vero e proprio rimasto nel laboratorio (perchè quell’altro del mio livello tecnico rileverà un pezzo di ditta e se ne andrà per i fatti suoi) e che l’azienda verrà praticamente rifondata su di me, e che stanno per arrivare qualcosa come un milione di nuovi progetti, no?
(MA NON E’ PER QUESTO CHE SEI PREOCCUPATO, VERO?)
preoccupato…
E’ preoccupata. I sogni con il sassofonista continuano, e poi naturalmente c’è il ruggito.
Che la sveglia di notte, ed è più forte della voce di trecento leoni messi assieme.
A volte viene da dentro di lei, mentre segue via Internet le lezioni della facoltà.
A volte viene dall’ingresso del suo appartamento, ed è accompagnato da tonfi fortissimi che fanno scricchiolare la porta.
Specialmente quando pensa
a
a volte, quando sono così, come adesso, nella mia camera, penso al fatto che per una questione di principio non avrei dovuto accettare di stare neanche un giorno in più.
Perchè ci sono queste due persone, non pagate da mesi e mesi.
E senza uno straccio di contratto.
Che nonostante tutto vengono tutti i giorni in ufficio a farsi un mazzo così.
Come faccio ad accettare questa cosa senza dire niente?
Come faccio a non vergognarmi di me stesso?
“Oh, ma nella nuova società saranno SICURAMENTE assunte!”, mi dice il capo.
Ed intanto passano i mesi ed ancora i mesi, il trasferimento nella società nuova non è ancora avvenuto, e queste persone ovviamente sono lì che aspettano.
Con che faccia continuo ad andare a lavorare lì?
Con che faccia
con che faccia continua a non APRIRE QUELLA DANNATA PORTA?
Perchè, naturalmente, lei sa benissimo cosa c’è dietro.
E perchè non può piovere per sempre.
Si alza e
Mi alzo e apro la finestra. Devo prendere un po’ d’aria
apre la porta a vetri. Va sul balcone, incurante della pioggia.
Mi sporgo verso la strada deserta, e strillo con tutta la forza che ho.
Ora mi sento più libero. (Ma per quanto tempo?)
E comincia a piovere, per fortuna.
Ride alla luna, bagnata fradicia, ride come non aveva mai riso prima di quel momento.
A volte qualche piccola pazzia bisogna farla.
A volte qualche piccola pazzia bisogna farla.